domenica 25 ottobre 2015

L'Occhio del Purgatorio - Jacques Spitz

Questa è una strana storia. Ne è autore uno scrittore francese morto nel 1963, che visse a Parigi, solo e ignorato, senza mai leggere un libro di fantascienza. I suoi maestri furono Kant e Valéry, e si sa che ebbe una predilezione per Pirandello, ma che la sua opera, rimasta del resto sempre ai margini della fama, fu soprattutto influenzata dal surrealismo. Nel 1945 pubblicò senza alcun successo questo Occhio del purgatorio, una macabra, rigorosa, progressiva allucinazione, che comincia da un casuale incontro sul "boulevard" con un vecchio in bombetta, e procede, si gonfia, dilaga in una "inversione temporale" di straordinario effetto. Oggi Spitz è stato riscoperto e rivalutato, forse perché la sua sarcastica, sprezzante compassione per l'uomo, le sue visioni d'incubo, non sembrano più così eccessive nel caos stralunato del nostro tempo.

Rece
Ne L'occhio del purgatorio (L'oeil du purgatoire, 1945) un artista incompreso, Jean Poldonsky, conduce una vita isolata e senza molte speranze di veder riconosciuto il suo talento (fa il pittore). Il giovane sta addirittura meditando di compiere un passo estremo, quando casualmente incontra un bizzarro personaggio, Christian Dagerlöff. Bizzarro ma affascinante il nuovo amico dice di essere un genio, ma il suo lavoro all'istituto Pasteur è quello di inserviente, non di scienziato, e le sue idee sono alquanto curiose, egli sostiene infatti che l'uomo e gli animali vivono in tempi diversi, che la mosca o la lepre possono prevedere il futuro, mentre la lenta mucca vede le cose dopo che sono accadute. Poco tempo dopo una serie di inconvenienti inizia a funestare le giornate di Poldonsky, prima cose di poco conto come l'acqua che esce gialla dal rubinetto o la lametta arrugginita, ma poi schifosi intrugli serviti al ristorante o visioni orribili di animali o persone morte che passeggiano per strada. L'artista pensa di avere problemi alla vista o allucinazioni, poi una lettera di Dagerlöff gli svela il mistero, il bizzarro vecchio gli ha infettato gli occhi con un batterio che anticipa il futuro. Quello che è peggio è che ogni generazione del batterio progredisce nell'anticipare gli eventi, per cui Poldonsky vede le cose come saranno, e le vedrà sempre più avanti nel tempo. L'involontaria cavia umana inizia a chiedersi quando e se questo fenomeno si fermerà, mentre attorno a lui le cose diventano sempre più orribili e la vita più difficile. Una storia davvero strana e bislacca, ma che è permeata da una sottile e tagliente ironia: la vita è effimera, passa in fretta. Nel secondo romanzo, ovvero Le mosche (La guerre des moches, 1938) si parla di un'altra cosa insolita: che le mosche, un giorno, diventano intelligenti al punto da combattere una vera e propria guerra contro gli esseri umani! Cosa posso aggiungere se non che la fantasia di questo autore è davvero straordinaria e riesce, in questi due preziosi romanzi, a presentarci nel primo una lunga e pessimistica riflessione sulla morte, e nel secondo una amarissima riflessione sul non senso delle guerre che portano solo distruzione. Consigliatissimi!

La mia video recensione qua sotto...







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